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mercoledì 12 ottobre 2011

Il mondo nascosto

        È possibile rendersi conto chiaramente che lo studio del mondo visibile pone all’uomo dei problemi, che non potranno mai esser risolti in base ai fatti del mondo visibile stesso. Non saranno per tal via risolti, neppure quando la scienza di questi fatti abbia raggiunto l’estremo progresso possibile. Ché i fatti visibili accennano chiaramente, con la loro propria intima essenza, a un mondo nascosto.
Chi ciò non riconosce, chiude gli occhi a problemi che sorgono ovunque chiaramente dai fatti del mondo dei sensi. Non vuole vedere certi problemi e certi enigmi, e crede perciò che a tutte le domande si possa rispondere con i fatti che cadono sotto i sensi. Invero i problemi, che egli vuole porsi, possono essere tutti risolti con i fatti ch’egli si ripromette saranno prima o poi scoperti: su ciò possiamo essere senz’altro d’accordo.
Ma perché dovrebbe aspettarsi una risposta su certe cose anche colui che non pone nessuna domanda? Chi tende verso la scienza occulta non dice altro se non che per lui simili domande sono naturali, e ch’esse debbono essere riconosciute come espressione pienamente giustificata dell’anima umana. Non si può confinare la scienza entro certi limiti, proibendo all’uomo di affrontare spregiudicatamente certi problemi. A chi sostiene che vi sono limiti alla conoscenza dell’uomo, i quali non possono essere superati, e che lo arrestano davanti a un mondo invisibile, si può rispondere: «Non v’è dubbio alcuno che per mezzo del genere di conoscenza di cui si tratta, non si può penetrare in un mondo invisibile. Chi ritiene possibile solo quel genere di conoscenza non può giungere a conclusione diversa da questa: che all’uomo è impedito di penetrare in un eventuale mondo superiore».
Ma possiamo anche soggiungere: «È possibile sviluppare un altro genere di conoscenza e questo ci introduce nel mondo soprasensibile». Se si asserisce impossibile questo altro genere di conoscenza, si arriva a un punto di vista dal quale ogni discorso circa un mondo invisibile appare come completamente assurdo. Per una simile asserzione, di fronte a un giudizio spassionato, non può però affacciarsi altro motivo se non quello che all’assertore è sconosciuto l’altro genere di conoscenza. Ma come si può mai giudicare di una cosa che si ammette di non conoscere?
Un pensare obiettivo deve professare il principio, che si può parlare solo di ciò che si conosce e che non si può asserire nulla su ciò che non si conosce. Può consentire che uno abbia il diritto di parlare di quanto ha sperimentato, ma non che uno abbia il diritto di dichiarare impossibile ciò che non conosce o che non vuol conoscere. Non si può negare ad alcuno il diritto di non interessarsi al soprasensibile; ma non potrà esserci mai un buon argomento per cui uno si dichiari competente a giudicare, non solo di ciò ch’egli può sapere, ma anche di tutto ciò che «un uomo» non può sapere.

Rudolf Steiner, da "La scienza occulta"

martedì 11 ottobre 2011

La valle che forma l'anima

Questo mondo viene di solito chiamato, dai superstiziosi e dagli ignoranti, "una valle di lacrime", da cui saremo redenti grazie a qualche arbitrario intervento di Dio, e portati in cielo. Che concetto ristretto e rigido! Piuttosto, se vi va, chiamiamolo "la valle che forma l'anima". Allora, sì, sarà possibile comprendere a che cosa serve il mondo [...]. Io dico che forma l'anima, distinguendo l'anima dall'intelligenza. Ci possono essere intelligenze o scintille della divinità a milioni – ma non ci sono anime finché le scintille non hanno raggiunto un'identità, finché ognuna non è individualmente sé stessa. Le intelligenze sono atomi di percezione: conoscono, e vedono, e sono pure; in breve sono Dio. Ma allora come si formano le anime? Come riescono queste scintille, che sono Dio, a ricevere un'identità, così da possedere una beatitudine propria, specifica di ogni singola esistenza? Come, se non grazie a un mondo come il nostro?
John Keats, da Lettera a George e Georgiana Keats, 18 febbraio 1819